Quando si valuta un'infrastruttura, le domande abituali riguardano prestazioni, disponibilità e costo diretto: quanto è veloce, quanto è affidabile, quanto ci costa il canone. Molto più raramente qualcuno chiede
“quanta energia serva a tenere in piedi tutto questo” e ancora più raramente qualcuno sa rispondere con un numero.
È un vuoto informativo che per anni è sembrato irrilevante, perché l'energia consumata dai sistemi era considerata un costo di gestione da ottimizzare al margine, non una variabile su cui costruire scelte.
Il punto è che questo consumo non è distribuito in modo uniforme: una parte sostiene carichi di lavoro che generano valore, un'altra parte alimenta macchine sovradimensionate, ambienti di test mai spenti, ridondanze che nessuno ha più rivisto.
Senza una misura, le due parti restano indistinguibili e ogni scelta di razionalizzazione procede a intuito. Con la ripartenza di settembre e le valutazioni di medio termine, questa domanda dovrebbe smettere di essere teorica e diventare un criterio concreto per allocare il budget in modo più consapevole.
Prima ancora di parlare di emissioni e di certificazioni, conviene fermarsi su un'idea più semplice, quella di efficienza sistemica.
Un sistema è efficiente non quando è nuovo o potente, ma quando la quantità di risorse che consuma è proporzionata al valore che produce.
È una definizione che vale per un data center come per un elettrodomestico: la differenza tra un impianto efficiente e uno che non lo è non si vede a occhio, si vede solo misurando quanto entra e quanto esce. Nel mondo IT questo si traduce in una domanda molto pratica, cioè quanta capacità stiamo pagando, in energia e in denaro, per lavoro che non serve più o che potrebbe essere svolto in modo più leggero.
La rendicontazione ambientale che diventa obbligatoria dal 2026 è, in fondo, la formalizzazione normativa di questa stessa domanda, ma sarebbe un errore aspettare l'obbligo per porsela. L'azienda che misura la propria efficienza sistemica prima che glielo chieda un regolamento arriva alla scadenza con un vantaggio che non è di conformità, ma di conoscenza: sa già dove intervenire, mentre le altre devono ancora capire da dove partire.
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Efficienza sistemica Un sistema non è efficiente perché è nuovo o potente, ma quando le risorse che consuma sono proporzionate al valore che produce. È un rapporto che si vede solo misurando quanto entra e quanto esce, non guardando l'infrastruttura dall'esterno. |
l carbon footprint IT diventa interessante nel momento in cui smette di essere un numero da riportare e comincia a orientare le decisioni.
Un consumo energetico misurato, associato ai singoli carichi di lavoro, possiamo confrontare due architetture equivalenti sul piano funzionale ma diverse sul piano dell'impatto, valutare se un carico ha senso su una macchina fisica dedicata o se conviene consolidarlo, capire se una migrazione cloud sta effettivamente riducendo il consumo o semplicemente spostandolo altrove senza che nessuno lo veda più.
In questo senso l'impatto ambientale funziona come un indicatore di efficienza complessiva, perché lo spreco energetico e lo spreco economico tendono a coincidere: raramente esiste un sistema che consuma troppo e allo stesso tempo costa poco. Leggere le scelte tecnologiche attraverso questa lente significa aggiungere una dimensione ai criteri di valutazione, una dimensione che parla contemporaneamente ai responsabili IT, al controllo di gestione e a chi si occupa di sostenibilità.
Misurare i consumi restituisce anche una fotografia del presente, ma il valore decisionale cresce quando quella fotografia diventa una serie storica su cui ragionare in prospettiva. È qui che l'analisi dei dati applicata alla sostenibilità operativa cambia di livello:
raccogliere in modo continuo i dati di consumo dell'infrastruttura consente non solo di sapere dove siamo, ma di stimare dove andremo se le condizioni restano invariate, e di simulare l'effetto di un intervento prima di realizzarlo.
È lo stesso principio con cui l'analisi dei dati viene usata da tempo sul business, applicato però a una variabile che fino a poco fa nessuno trattava come strategica. Un monitoraggio ESG predittivo permette di anticipare gli scostamenti rispetto agli obiettivi ambientali, di individuare i carichi che stanno crescendo più in fretta del previsto e di collegare le decisioni infrastrutturali ai loro effetti misurabili nel tempo.
Il principio ha una conseguenza pratica che vale la pena esplicitare: leggere i dati prima di decidere porta spesso a valorizzare l'esistente invece di sostituirlo. È l'approccio con cui abbiamo lavorato con Kerakoll Group, azienda dell'edilizia sostenibile e Società Benefit certificata B Corp, nel progetto di data center orientato alla business continuity realizzato insieme a HPE. Quando l'infrastruttura viene analizzata nel suo funzionamento reale, emerge quasi sempre che una parte dei sistemi non va smantellata ma riportata a un utilizzo corretto, e che l'intervento più efficace non coincide con quello più esteso.
Efficientare ciò che già esiste, invece di ripartire da zero, riduce l'impatto ambientale complessivo perché evita la produzione di nuovo hardware e allunga la vita utile di quello in servizio, e allo stesso tempo concentra l'investimento dove genera un effetto misurabile.
Il modo più semplice per affrontare il tema è ribaltare l'ordine con cui di solito lo si affronta: non partire dalla scadenza normativa per capire cosa misurare, ma partire dalla misura per scoprire cosa si può decidere meglio.
Un caso ricorrente lo chiarisce bene. Un'azienda valuta se rinnovare un gruppo di server on-premise arrivati a fine ciclo, e la discussione si concentra sul costo dell'hardware nuovo rispetto a quello di una migrazione cloud. Introdurre il dato di consumo cambia il quadro: misurando l'energia assorbita dai singoli carichi emerge che una parte di quei server lavora a un utilizzo molto basso e che alcuni ambienti restano accesi senza produrre nulla. A quel punto la domanda non è più solo dove spostare i sistemi, ma quali carichi ha ancora senso mantenere e quali si possono consolidare o spegnere. La stessa spesa, letta con il dato di consumo tra le mani, si trasforma da sostituzione uno-a-uno in un'occasione di razionalizzazione, e la scelta finale riduce impatto e costo invece di limitarsi a spostarli altrove.
Non serve un progetto ambizioso per cominciare: serve la decisione di misurare, con la stessa naturalezza con cui si misurano già i costi e le prestazioni.
Vi lasciamo con una domanda da portare al prossimo confronto con il vostro team: sappiamo dire, oggi, quanta parte del nostro consumo IT genera valore e quanta, invece, è spreco non ancora misurato?
Se la risposta non è immediata, quella è già la prima informazione da cui ripartire.